Programming

Avete presente l’estasi in cui arriva Steve Wonder nel momento più emozionante delle sue canzoni. Oppure lo stato di trance che si impossessa di pittori, poeti o cantanti quando realizzano di getto un capolavoro. O ancora quel mondo di fantasia che accoglie i bambini quando si sentono soli. O magari quegli hobby, a volte pesanti e noiosi, che servono a distrarci da noi stessi. Ecco programmare per me significa un po’ tutto questo.

Tutto iniziò molto tempo fa, quando avevo circa 6 anni. Malauguratamente mia madre acquistò un Sega Mega Drive programming, una delle primissime console in commercio e me lo regalò a Natale. Raccontarono anche una strana storia dietro, del tipo che era stato un gioco di mio padre, che voleva darlo a me, un po’ come si usa con i vecchi ciondoli che passano da madre in figlia, che era una cosa temporanea. Non ho mai capito il perchè.. forse avevano paura che lo distruggessi dopo mezza giornata. Dimenticavo.. insieme alla console c’era un videogioco. Era una specie di cassetta con davanti un immagine buffa ed una scritta: Sonic. Era praticamente perfetto. Il massimo che ci si potesse aspettare con la tecnologia di quel periodo per velocità, divertimento, trama, personaggi. Forse fu allora che per la prima volta pensai “essere uno degli sviluppatori di questo gioco sarebbe veramente una figata..”

Poi ci furono gli anni delle scuole elementari e medie. Non avevo la minima idea di cosa volevo fare da grande, tutt’ora ho i miei dubbi, ma avevo letto che a ragioneria c’era un indirizzo programmatori che non mi dispiaceva affatto. Non capivo una mazza.. non capivo l’utilità di avere diversi programming languages, non riuscivo leggere codice ne tantomeno a scriverlo, ma soprattutto non capivo l’utilità di chiedere un valore ad un computer e di stamparlo sul video; a che cosa poteva servire un programma del genere?? Fu necessario entrare in punta di piedi in quello strano mondo. Poi fu ancora peggio: non contento invece di prendere la pillola blu (vita) decisi di ingoiare quella fottutissima pillola rossa, iscrivendomi alla facoltà di informatica. Se da un lato quella scelta mi ha fatto dimenticare spesso il significato della parola divertimento, dall’altra è stata la chiave per entrare in un mondo modellabile e mio piacimento, fatto da codice nel quale perdersi per qualche istante.

E’ stato come imparare un mestiere, un’arte, l’arte del programming; e devo ammettere era qualcosa di piacevole che mi dava serenità, sicurezza. Ho scoperto che programmare consente di dare alla luce idee venute dal nulla, di confrontarsi con i ragionamenti di altre persone, di sfidare te stesso nella soluzione di un problema. A volte permette di avere la speranza di lasciare una impronta nel tempo; non pretendo di diventare il nuovo Steve Jobs, ma di nuovi Zuckerberg ne è pieno il mondo. Perchè in fondo, ci sei tu con davanti un computer: puoi realizzare qualunque cosa, dipende solo da te. In più a volte arriva al miracolo di trasformare in realtà il sogno di un bambino che voleva solo essere lo sviluppatore di un videogame. Sono stato veramente fortunato..

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